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venerdì, Giugno 21, 2024
Calcioeditoriali

Non è colpa delle bandiere

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In un calcio ormai cambiato in ogni aspetto, è praticamente impossibile rimanere “fedeli”

Nelle ultime settimane ha tenuto banco il trasferimento che ha visto coinvolto il centrocampista della nazionale azzurra Sandro Tonali. L’ormai ex milanista è infatti sbarcato in Premier League e giocherà nel bellissimo St James’ Park con la maglia del Newcastle United, squadra di proprietà di fondi sauditi e con presidente lo sceicco Yasir Al-Rumayyan. L’operazione è andata in porto grazie ai quasi 80 milioni di euro che hanno arricchito le disperate casse del Milan e agli 8 milioni più bonus annui che hanno gratificato il ragazzo lodigiano a dispetto dei 2,5 che guadagnava a Milano. Chiaramente il Milan perde tecnicamente una pedina fondamentale del proprio organico e soprattutto ha rinunciato a colui che sarebbe diventato il capitan futuro e beniamino dei tifosi rossoneri. Tifosi che sono insorti per questa operazione di mercato ritenuta essere traditoria da parte del calciatore che, a detta loro, come al solito si è preferito i soldi piuttosto che la maglia. Vero ma non verissimo. Il cuore si sa, non fa ragionare ma in questi casi sarebbe opportuno fare un piccolo sacrifico e provare invece a farlo. Il calcio lo sappiamo bene, negli ultimi dieci/quindici anni ha subito una trasformazione lenta quanto inesorabile, che piaccia o meno, che lo si accetti o no. Prima cominciamo a capire e ad accettare questo concetto, meglio sarà per tutti. Per fare in modo che esistano le bandiere devono esserci anche le condizioni per esserlo, è inutile giraci attorno.

I bei tempi che furono, quelli dei Del Piero, Totti, Maldini e Zanetti calciatori, non esistono più. Il calcio se pur ricco, versava in condizioni sicuramente più sane e quindi più eque, dove in fase di mercato un club poteva sicuramente offrire più denaro, ma se sul piatto della bilancia andavi a mettere tutti i fattori alla fine potevi far prevalere l’attaccamento alla maglia per poter diventare la bandiera di quella squadra ed essere felice allo stesso modo senza un giorno avere rimpianti. Non ci sono nemmeno più i presidenti di una volta; Moratti, Pellegrini, Berlusconi, Mantovani, garanzia di passione e fiducia in quei colori, sono soltanto lontani ricordi, salvo rare eccezioni. Purtroppo c’è un sistema ormai collassato che non permette sopravvivenza senza investimenti. Per esempio gli americani di RedBird, proprietari ora del Milan, ti salvano dalla banca rotta ma sfruttano il brand per i propri affari e la propria immagine, figurati se intendono convincere Tonali a restare a fronte di certe cifre. Premesso che sono comunque scelte legittime a prescindere dalle situazioni, non prendiamocela con i calciatori. Sono prima di tutto professionisti, e chiunque di noi con un delta economico del genere, avrebbe cambiato casacca nei nostri settori, non facciamo gli ipocriti per cortesia. Non spiegateci che cosa significhi tifare una squadra, lo sappiamo tutti benissimo, non insegnateci che cosa voglia dire amare il calcio, ne siamo tutti a conoscenza. Quello che fa la differenza è capire dove intervenire in questo sistema calcio malato di potere e drogato dai soldi, e riformare in maniera massiccia dove c’è bisogno.

Io i tifosi li capisco, davvero, farsi però trascinare dagli eventi non aggiusta niente. Viviamo un calcio, e purtroppo non solo quello, senza memoria, senza riconoscenza (vedi caso Maldini). L’auspicio è quello che i vertici prendano coscienza dei problemi esistenti e possano progettare un futuro sostenibile per tutti, soltanto così avremo modo di poter scegliere col cuore e non con la testa. A tutti tornerebbe la passione di un tempo e in alcuni anche un po’ di lucidità.

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